Il ritorno dei viandanti

Abbiamo camminato per giorni.

Attraversato boschi, solcato valli, traguardato pendi, passi e crinali. 

La pioggia ha accompagnato finemente alcune giornate; in altre, il sole di metà autunno ha illuminato i nostri visi, scaldando i pomeriggi. 

Ci siamo confrontati con la gioia e la fatica, con la salita ed il sudore. In discesa, a fine giornata, abbiamo sofferto dei quadricipiti doloranti. 

La convivenza in gruppo, i pernottamenti a terra con sacco a pelo e materassino, hanno regalato momenti lieti ed anche attriti e frizioni, rivelando i nostri limiti e le difficoltà.  

Li abbiamo affrontati con coraggio.  

Abbiamo messo in mostra le nostre migliori qualità. 

Ora il nostro itinerario volge al termine e si scioglie negli abbracci tra ex-sconosciuti, divenuti fraterni compagni in un centinaio di chilometri trascorsi camminando fianco a fianco. 

Piedi stanchi e schiene doloranti, reclamano l’approssimarsi del rientro.  

Torniamo verso casa, arricchiti dalle relazioni, dagli incontri, dalla condivisione dagli scambi, dalle letture e dal racconto della nostra esperienza.

Non ci mancherà nulla di tutto ciò, perché … 

…l’auspicio e l’augurio sono quelli di continuare a camminare, ogni giorno, con passi leggeri e di ripetere molte volte l’esperienza che abbiamo appena trascorso. 

Lo spirito dei camminatori, ci permetta di essere viandanti, ogni giorno nelle nostre quotidianità. 

Dolomiti Feltre Belluno

Silenzi in cammino

Ci saranno giorni in cui camminerai da solo. 

Nessun manuale, nessuna guida ti consiglierà mai di farlo. I vecchi montanari dalla pelle di cuoio ti hanno sempre messo in guardia. Mai affrontare un’escursione in solitaria. In montagna poi, è un azzardo che espone ad un rischio maggiore. 

Pazienza. 

Capiterà comunque che sarai sul sentiero, in mezzo ad un bosco, su di un crinale, in una valle, lungo un tratturo, senza alcuna compagnia. 

In realtà non sarai solo. Non potrà mai accadere. Il silenzio sarà il tuo primo compagno. 

A poco a poco ti accorgerai che esso è popolato da un numero impressionante di presenze. Vorrai contarle. Le prime volte riuscirai a riconoscerne solo alcune: il vento che mormora tra le fronde, le zanzare, il gracidare di un rospo, le cicale negli assolati pomeriggi d’estate, le cimici, numerosi gorgheggi di volatili. Se sarai in cammino, nei giorni successivi ti verrà voglia di indagare e riconoscerne altri. L’allenamento uditivo ti porterà in poco tempo a saper distinguere e a raffinare la capacità di discernimento. 

Presto capirai che questo “silenzio” ti serve a relazionarti con altre presenze; quelle dei tuoi pensieri. 

Comincerai con mettere ordine, ad incasellare, a catalogare. Parlerai ad alta voce, ti farai domande e ti darai risposta. A volte non sarai d’accordo con te stesso e ti arrabbierai molto se non potrai a spuntarla perché i tuoi dubbi ti hanno condotto di fronte ai bivi delle scelte che non riesci a fare.  

Ricorrerai alla logica, farai appello al metodo che usi per tenere in ordine la scrivania, per catalogare i volumi della tua biblioteca, al sistema che ti sei dato per archiviare i file nel server dell’ufficio. 

Ma i pensieri quando cammini da solo, non sono addomesticabili. Si comportano come quelle minuscole cavallette che vedi guizzare ad ogni passo, quando attraversi i prati di montagna.  

Quando dopo tempo avrai capito, scoprirai che nel silenzio del cammino devi essere un viandante discreto quasi invisibile. 

Non senza fatica proverai ad abbandonare il desiderio di archiviazione e di risposta. 

Tornerai ad utilizzare ciò che ti circonda ma il tempo e lo spazio che attraversi, non li userai. Ti farai accogliere dal vento, dal sole, dalla pioggia, dai passerei del bosco, dalla strada, dalle rane e proverai ad “essere con” loro. 

Non tenterai più di separare l’Io che ti appartiene, dalla dimensione che stai vivendo. Avrai coscienza, un passo dopo l’altro, che sta prendendo forma un Sé collettivo, che nasce dalla relazione che saprai costruire con ciò che ti circonda. 

Ti vedranno camminare da solo ma se li incrocerai, Voi li saluterete tutti insieme. 

“Riferire tutti i giudizi di valore all’umanità è una forma di antropocentrismo filosoficamente indifendibile”. (Arne Naess, filosofo norvegese del XX secolo considerato il fondatore dell’ecologia profonda e di un approccio basato sul biocentrismo)

Tvergastein la baita dove Arne Naess trascorse buona parte della sua vita
La catena dell’Hallingskarvet (Norvegia 2018)

Il cammino dell’avvenire…

Sabato, mezzogiorno agostano. Primi contrafforti Colli Tortonesi. 

Il caldo afoso ed opprimente ed una luce grigioperlainvadono la piazza. Nei dehor dei due bar, stazionano pochi avventori annoiati. Sotto i portici del Comune, una coppia di turisti osserva senza troppa convinzione le lapidi commemorative ai Caduti della prima e seconda guerra. 

Stacco 

Il mercato coperto sul retro del palazzo comunale, accoglie all’ombra i banchi dei piccoli produttori della zona. Verdure, vino, formaggi, salumi, farine, prodotti da forno e frutta con le immancabili pesche che della zona sono vanto ed una parte significativa dell’economia agricola. 

È l’ora dell’aperitivo comunitario.

In questo piccolo pezzo di provincia, forse per invogliare il commercio, probabilmente in modo più plausibile, per mantenere viva quella caratteristica di condivisione che si porta appresso il mondo contadino, si sono inventati di condividere una tavolata per stuzzicare insieme i prodotti appena acquistati. Una volta al mese invece, la proposta si fa più seria,  con un pranzo completo e la voglia di stare insieme, produttori e clienti, per scambiare opinioni, notizie, informazioni “cun ai gambi sut la taula”come si dice da queste parti. 

Stacco 

Il centro storico deserto a quest’ora, risuona unicamente dei passi di qualche raro visitatore e dello stovigliaredei pochissimi che, rintanati nelle case affacciate sulle viuzze, non sono fuggiti in questo fine-settimana alla ricerca di un po’ di fresco, verso la vicina costa o più prosaicamente sulle sponde del fiume. 

Nei vicoli e negli slarghi, opportunamente ambientate, le riproduzioni su lastra di metallo delle opere più rappresentative dell’artista figlio di questa terra. 

Stacco 

Piazzetta Quarto Stato (già piazza Castello).

«Gli ambasciatori sono due si avanzon seri sulla piazzetta verso il palazzo del signor che proietta l’ombra ai loro piedi […] si avanza la fame coi i suoi atteggiamenti molteplici – Son uomini, donne, vecchi, bambini: affamati tutti che vengono a reclamare ciò che di diritto – sereni e calmi, del resto, come chi sa di domandare ne più ne meno di quel che gli spetta – essi hanno sofferto assai, è giunta l’ora del riscatto, così pensano e non vogliono ottenere colla forza, ma colla ragione – qualcuno potrà alzare il pugno in atto di minaccia ma la folla non è, con lui, essa fida nei suoi ambasciatori – gli uomini intelligenti […] Una donna accorso mostra il macilento bambino, un’altra, una terza, è per terra che tenta invano di allattare il bambino sfinito colle mammelle sterili – un’altra chiama impreca […]»              G. Pellizza 1895

Qui, in un piccolo paese della pianura piemontese, 

in un territorio che inizia a mescolarsi con l’appennino e la costa ligure, che presenta una quantità incredibile di proiezioni ed incontri, di congiunzioni e di coniugazioni, 

in uno slargo quasi insignificante, fuori dalle rotte degli itinerari principali, 

qui dicevamo, di fronte alla riproduzione “ambientata” di una delle opere più evocative del novecento, si materializza una tra le accezioni più interessanti e significative del Cammino: 

Cammino e Progresso. 

Cammino ed Avvenire. 

«S’ode … passa la Fiumana dell’umanità
genti correte ad ingrossarla. Il restarsi è delitto
filosofo lascia i libri tuoi a metterti alla sua
testa, la guida coi tuoi studi.
Artista con essa ti reca ad alleviarle i dolori colla
bellezza che saprai presentarle
operaio lascia la bottega in cui per lungo lavoro ti
consumi
e con essa ti reca
e tu chi fai? La moglie il pargoletto teco conduci
ad ingrossare
la fiumana dell’Umanità assetata di
giustizia – di quella giustizia conculcata fin qui
e che ora miraggio lontano splende».                   G. Pellizza 1898

La storia dell’opera “Quarto Stato” è particolare e ben narrata nel piccolo Museo didattico di Volpedo che illustra la vita e l’attività artistica di Giovanni Pellizza. 

Vale la pena spenderci un pomeriggio…

Questo racconto è dedicato a chi ci prova ogni giorno.

A Stefania, Irene, Grazia, Sonia, Anna, Teresa, che qui sono arrivate, che ci passano ogni tanto o ci vivono da sempre; 

alle donne che coltivano e vendono al mercato;

alle ragazze che raccontano con passione la storia minore presso il museo cittadino; 

a chi, da qualche anno o da tutta una vita, per pochi istanti di passaggio o costantemente ogni giorno, costruisce un “cammino”, in questi luoghi di crinale e di confine. 

Piazza Quarto Stato (già piazza castello) Volpedo (AL)

Letture in cammino

L’uomo due milioni di anni orsono conquista la stazione eretta.  

Da allora ha cominciato a camminare e non si è più fermato; dal continente africano ha raggiunto ogni luogo della terra. 

L’andatura bipede posiziona in una linea dall’alto verso il basso, cervello, cuore, pancia, piedi. 

Camminare d’estate permette, forse più che in ogni altra stagione, la connessione di questa linea ideale che unisce riflessione,  pensiero, emozione, spostamento.

Mettiamo qualche libro nello zaino dunque. 

Scegliamo un sentiero e dirigiamoci verso una foresta. Al limite del bosco sostiamo per qualche secondo, percepiamone il respiro, misuriamone la forza, lasciamoci attrarre e senza voltarci, entriamo. 

Ora facciamoci condurre, con la consapevolezza che in ogni momento potremo sostare seduti su un tronco, o in mezzo ad una radura, sfogliare pagine e parole che si scolpiranno nella nostra memoria indelebilmente. 

Buona estate, buon cammino, buona lettura.  

Trieste Selvatica  Luigi Nacci. Editore Laterza 

“Non più dighe, palazzi di banche, castelli di imperatori. Vorrei dirti di osterie, bordelli, vie in cui gli artisti si sono mischiati a gente di popolo, pellegrini, spettri di soldati senza plotone e finalmente uscire dal centro, spalancare i polmoni in Carso e più in là, nella selva. Trieste è la città di Maria Teresa, di Miramare, di Sissi, delle regate, dei caffè. Tutto vero. Ma c’è un’altra città: quella di Joyce e di chi, come lui, trascorreva le notti in locali malfamati, in mezzo alla calca umana giunta per cercare fortuna in una metropoli che fino a poco tempo prima era stata un anonimo villaggio. C’era e c’è ancora una Trieste di vicoli, di personaggi al limite tra genio e follia. C’è il Carso, non corpo separato, ma parte integrante della città: labirinto di sassi, boscaglie, doline, foibe, trincee. Ci sono boschi e foreste sterminate, luoghi in cui si è combattuto, ci si è vendicati spietatamente, si sono nascoste prove di stragi feroci, e allo stesso tempo rifugi per vagabondi pacifici, viandanti senza bandiera che non conoscono l’odio. Il selvatico batte alle porte del centro. È una forza selvaggia e liberatoria. Siamo disposti a conoscerla?”

Pensare come una montagna. A sand county almanac.  Aldo Leopold. Traduzione di Andrea Roveda.  Edizioni Piano B 

Aldo Leopold è un pioniere dell’ambientalismo. Da giovane vide una lupa morire tra le sue braccia, e in quel momento comprese che la scomparsa della natura selvaggia avrebbe condotto alla fine del nostro mondo. Per tutta la vita si dedicò alla tutela e alla conservazione dell’ambiente. Il suo “A Sand County Almanac” è al contempo una celebrazione della natura selvaggia e un invito all’uomo moderno a sviluppare un’etica della terra – a «pensare come una montagna» – a contemplare la natura e le sue creature come un organismo dotato di equilibrio, armonia e bellezza, da cui dipende la nostra stessa integrità e salute. Considerato l’erede spirituale del “Walden” di H.D. Thoreau, viene qui proposto per la prima volta nella sua versione integrale.

La Nazione delle Piante  Stefano Mancuso Editore Laterza 

«Immaginare una costituzione scritta dalle piante, cui io presto l’opera di tramite con il nostro mondo, è l’esercizio giocoso dal quale nascono le pagine del mio libro» – Stefano Mancuso, Robinson

«In nome della mia ormai pluridecennale consuetudine con le piante, ho immaginato che queste care compagne di viaggio, come genitori premurosi, dopo averci reso possibile vivere, vengano a soccorrerci osservando la nostra incapacità a garantirci la sopravvivenza. Come? Suggerendoci una vera e propria costituzione su cui costruire il nostro futuro di esseri rispettosi della Terra e degli altri esseri viventi. Sono otto gli articoli della costituzione della Nazione delle Piante, come otto sono i fondamentali pilastri su cui si regge la vita delle piante, e dunque la vita degli esseri viventi tutti.»

Ci sono boschi e foreste sterminate

Camminare è un atto politico.

Camminare è un atto politico.

Nei momenti bui dove la mediocrità è un vanto, l’incompetenza amministra, l’ignoranza governa e l’odio viene elargito a piene mani, andare a piedi per un territorio significa accorgersi che i terremoti non fanno morti ma sono le case costruite senza il rispetto dei fenomeni geodinamici a crollare; 

significa comprendere che il riscaldamento globale non ha nulla a che vedere con il meteo dell’ultimo mese; 

significa rendersi conto che la riva di un canale non rettificato da una sponda di cemento, può mitigare gli effetti di una piena improvvisa; 

significa capire che una zona umida, relitto glaciale di qualche decina di migliaia di anni, conserva un valore naturalistico di biodiversità, che sulla bilancia costi-benefici non può nemmeno trovare quantificazione; 

significa cogliere che le relazioni fra le persone sono il prodotto di scelte urbanistiche, di architetture, di piani di indirizzo e piani regolatori; 

significa scoprire che il senso di una comunità passa anche attraverso lo statuto di una “latteria turnaria” che con i suoi semplici meccanismi, consente di produrre formaggio senza penalizzazioni di sorta sia al contadino con una vacca in cortile sia all’allevatore che ne possiede cinquanta. 

Siamo le esperienze che facciamo. Nel mondo. A piedi.

Iris Sibirica presso Lago Minisini Gemona del Friuli (UD)

Ospite

Cammini in solitaria lungo una via del sud Italia a Dicembre.

Sono i giorni dei vari “…passa una buona fine e un miglior inizio”e del tradizionale “#chefaiacapodanno?”

Hai scelto come sempre di stare fuori, in un altrove che hai scoperto e che senti essere una dimensione naturale, gradevole, soddisfacente. D’inverno scegli il sud per camminare; per stare fuori dalla tradizione che vuole l’inverno di abeti e pendii innevati, perché vuoi provocare quelle dissonanze che sollecitano sensi e percezioni. 

Ciò non significa che l’inverno del sud sia clemente. Forse capita, a volte. Oggi no. Non è uno di quei giorni.  

Una tappa durissima fin dalle prime avvisaglie. La pioggia ti coglie all’uscita del paese, costringe a sgommare sul levigatissimo lastricato di calcare. Subito un sentiero, che il giorno prima era secco e polveroso, ora è un nastro di limo sottile che ad ogni passo incolla alla suola dello scarpone un millimetro di orma. Poche centinaia di metri e cammini su una zeppa di dieci centimetri, che non serve a nulla rimuovere. Fatica sprecata.

Acqua tutto il giorno, sopra la pioggia sotto i rigagnoli. Nevischio a sferzate e lame di vento gelido. Non incontri nemmeno un cane; loro, che vivono sulla strada, sanno che oggi non è tempo.

La tappa termina la Monastero.  Lo conosci dai racconti di altri viandanti. Hai letto nei blog, di recensioni e commenti negativi. 

Arrivi che è il tramonto. L’ultima salita sembra addirittura più deserta delle altre. Maledici umidità e vento gelido. Lo spiazzo spettrale del sagrato ti si apre di fronte nella semioscurità di due lampioni sbilenchi dal vento. 

In una chiesa disabitata, di penombre tremolanti, l’attesa logorante di qualcuno che ti riceva. 

Una cella esterna, spoglia e spartana con un letto arrugginito ma una doccia bollente, sotto la quale ci stai per mezz’ora abbondante. Un’altra lunga attesa al portone, per poter transitare dal chiostro buio e accedere in refettorio all’ora di cena. Ed infine un pasto frugale, silenzioso e senza particolari scambi fra i commensali. 

È un dato di fatto; in questo luogo non riscontri quel calore umano che vorresti trovare al termine di una faticosa giornata di cammino. Eppure a distanza di anni, la ricordi come una tra le tante esperienze significative ed importanti di quella settimana. 

Hai riflettuto sul senso della parola, Ospite. Una di quelle che racchiude contemporaneamente un doppio significato: colui che presta ospitalità, colui che la riceve. È una delle rare parole che si compie nel momento di una reciprocità di condizioni. 

Capita che nella reciprocità, non sempre vi sia simmetria. 

Oggi sai qualcosa in più sul camminare.  Hai appreso che esistono molti modi per interpretare il cammino. 

Puoi essere turista, viaggiatore, visitatore, sportivo, trekker, girovago, marciatore, podista, camminatore, errante, vagabondo, pellegrino, viandante… Termini che potrebbero apparire sinonimi. Non lo sono. Ognuno ti caratterizza in modo differente e ti predispone ad accogliere diversamente, gli eventi sulla strada. 

Ospite

Memorie sui Sentieri

Quanti chilometri di strade bianche di campagna. Quante miglia di tratturi appenninici. Quante centinaia di metri di dislivello su sentieri montani. 

Quanti ne avranno percorso partigiani e staffette, a piedi o in bicicletta, con il sole, il vento, la bufera o sotto la neve e i temporali, durante la Resistenza? 

Piero Calamandrei raccomandò, in una delle sue più note citazioni:

“Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione.”

Il pellegrinaggio, è generalmente assimilato ad una forma di cammino rituale che vuole celebrare un “sacrificio”. 

La parola sacrificio, etimologicamente rappresenta l’atto di stabilire una connessione con il Sacro e tra i suoi significati annovera l’accezione di “un’offerta volontaria della propria vita per il bene della patria, della società, o per un ideale”

Con il passare degli anni, studi, approfondimenti, volontà di conservazione e di trasmissione della memoria, generano la creazione, la tracciatura e la segnalazione dei itinerari  definiti di volta in volta, Sentieri Partigiani, Sentieri Resistenti, Sentieri della Libertà. 

Torniamo a frequentare quei sentieri e per un po’ di tempo, almeno per un giorno all’anno, recuperiamone il valore inestimabile e l’eredità profonda che si è depositata lungo il loro dipanarsi sotto le suole dei nostri scarponi. 

“I sogni dei partigiani sono rari e corti, sogni nati dalle notti di fame, legati alla storia del cibo sempre poco e da dividere in tanti: sogni di pezzi di pane morsicati e poi chiusi in un cassetto. I cani randagi devono fare sogni simili, d’ossa rosicchiate e nascoste sottoterra. Solo quando lo stomaco è pieno, il fuoco è acceso, e non s’è camminato troppo durante il giorno, ci si può permettere di sognare una donna nuda e ci si sveglia al mattino sgombri e spumanti, con una letizia come d’ancore salpate”. Italo Calvino scrittore 

“… (I partigiani) Sono pochi rispetto ai milioni di Italiani che erano iscritti al Partito Nazionale Fascista e affollavano nelle piazze oceaniche di Mussolini, ma sono tantissimi se si confrontano con il momento storico. La scelta di diventare partigiano fu fatta in un momento in cui si poteva scegliere: o stare tutti a casa e rifugiarsi nell’intimità domestica della propria famiglia (…) oppure schierarsi con la Repubblica di Salò e godere del l’ombrello protettivo della Wehrmacht che era il più forte esercito mai schierato in Italia. Questi per fortuna fecero un’altra scelta, scelsero di disobbedire e rischiare, questo fa delle loro esperienze un lascito da cui non si può prescindere. Certo furono una minoranza, ma una minoranza che fu chiamata a riscattare l’ignavia della maggioranza! È sempre stato così in questo Paese, sono sempre state le minoranze a produrre delle svolte. Il Risorgimento fu una minoranza non certo la maggioranza.” Giovanni De Luna Storico 

“Nella Resistenza rivivono, calandosi nella realtà della nuova storia e acquistando la concretezza della storia, i valori della libertà e della giustizia, della indipendenza e della solidarietà tra i popoli. L’antifascismo non è solo opposizione al fascismo; è contrapposizione di un mondo di valori a un altro che ne è la negazione. Per questo esso non è «superato» e non è superabile, né in sede storica, (…) né in sede politica,(…) I valori affermati dalla Resistenza furono quelli della pace, della libertà, della giustizia. Superarli non è possibile senza ricadere nelle barbarie. È per questo che la Resistenza visse e vinse contro un nemico che sembrava imbattibile.” Gaetano Arfè giornalista e politico

Ora e sempre Resistenza.  W la Libertà.

Memorie sui sentieri

La libertà di camminare.

La libertà di camminare non è nulla … 

La pratica del muoversi a piedi come esercizio ludico ricreativo, trae origine nel XVIII secolo sull’onda del fervore romantico verso la contemplazione della Natura e di ogni fenomeno ad essa collegato, come pure l’estasi meditativa che induceva il viandante di fronte al Paesaggio, al di fuori del contesto urbano. 

Città e campagna, nei secoli fino al 1800, hanno sempre mostrato una netta distinzione. Il confine che le separava era chiaramente percepibile; una cerchia di mura, un ampio fossato od un perimetro naturale, geomorfologico. 

La rivoluzione industriale favorì la nascita dei sobborghi residenziali per dare modo alla borghesia prima ed alla classe media successivamente, di allontanarsi dai miasmi delle fabbriche insediate nell’area urbanizzata. 

Il motore che sostituì, in quanto forza motrice (meccanica) la trazione animale (bipede e quadrupede) amplificò la possibilità di percorrere le distanze nell’unità di tempo. 

Lo spazio fisico della pratica vitale quotidiana divenne sempre più mediato da un veicolo (privato o pubblico).

Fu così che successe. 

Città ufficio, periferie dormitorio, hinterland satelliti, aree commerciali. Giganteschi ammassi reticolari urbanizzati a misura di automezzo. 

Ogni spostamento è oggi una traslazione tra luoghi, dove si trascorre la maggior parte del tempo fermi o seduti; tranne la sera quando ci si sposta con un veicolo percorrendo una decina di chilometri, in un luogo dove è possibile farne cinque, pedalano o camminando bloccati su un attrezzo fitness.  

Vi è un nesso tra la scomparsa dei marciapiedi, la riduzione delle aree pedonali, la desertificazione delle piazze, e il progressivo deterioramento delle relazioni interpersonali, l’esercizio dei diritti, l’autonomia di pensiero? 

Luoghi privati e circoscritti, che costringono le libertà espressive.

Ambienti e spazi che limitano stimoli e percezioni.

Architetture e distribuzioni urbanistiche a prevalente misura di veicolo. 

Pratiche di quotidianità orientate alla riduzione dell’interazione sociale. 

Esercizio fisico artificioso per muovere un corpo impedito nell’espletamento della sua funzione biomeccanica.   

La libertà di camminare non è nulla se non vi è una condizione per poterla esercitare. 

La libertà di camminare non è nulla …

Cammino, esercizio di gentilezza

In cammino ogni cosa spontaneamente si attiva. Nulla è forzato in particolare il pensiero e lo sguardo.  
La strada induce alla riflessione, il sentiero porta ad osservare, a cogliere particolari, rende evidenti maggiori dettagli. La riflessione che accompagna il ritmo cadenzato dei passi, consente di analizzare e cogliere la profondità e l’essenza degli elementi: paesaggio rumori, temperatura, vento, calore, odori, freddo, colori, movimenti, profumi, suoni. 

Camminare rende più sensibili.  Aumenta le capacità analitiche, perché il terminale percettivo è l’unione di pensiero, corpo e spirito. 

Camminare e divagare. Si attiva il pensiero. 

Sono in connessione. Entro in sintonia con l’ambiente, ne sono immerso, ho il contatto, i piedi saldi sul terreno, percepisco attraverso le suole. Sento il dettaglio della pietra aguzza, riconosco la bellezza, vedo il paesaggio. 
Questo tipo di percezioni non lascia indifferenti. Non è possibile attraversare un bosco e non avvertire il vibrare delle fronde, non posso percorrere un crinale senza provare il senso di vertigine, non scavalco un ruscello senza il rotolare dei ciotoli.

Di fronte al panorama più scenografico, cosi come immerso nella nebbia più fitta, dettagli e percezioni sollecitano un senso di cura. 

Il cammino dilata il tempo. Restituisce minuti, ore, giorni che altrimenti scorrerebbero senza lasciar traccia, subito dimenticati. 

Più tempo a disposizione per generare pensieri.

Più tempo, più pensieri, più …  Il positivo che si manifesta. 

In cammino si incontra spesso qualcuno. Ci si saluta sempre.
Non si è mai stranieri anche se si è forestieri.
Mentre avanzi le persone ti guardano di sbieco. Se sei voltato ti scrutano nei minimi dettagli ma appena accenni un saluto, si aprono in un sorriso, rispondono con un cenno,  molti  in particolare fanno domande. Tutti vogliono sapere da dove arrivi e dove vai. 

In quel saluto cordiale c’è un riconoscimento reciproco, c’è la consapevolezza del proprio posto nel mondo. Salutare significa dare valore alle persone, comunicare loro che si è insieme in una relazione. 

Percepire, sentire, introiettare, mettere in connessione, avere cura, sperimentare la relazione. 

Passi leggeri per un esercizio di gentilezza.  

Cammino, esercizio di gentilezza

Dell’inutilità del camminare… Errare non significa errare

Desideriamo camminare. Sentiamo l’esigenza di partire.  Vogliamo veder scorrere il sentiero sotto in nostri piedi. Pretendiamo di dirigere il nostro passo verso una meta indeterminata. 

Da tempo siamo nelle condizioni che ogni nostra azione, deve essere immaginata, organizzata, agita secondo logiche utilitaristiche. Nemmeno ci ricordiamo l’ultimo giorno in cui ci siamo alzati dal letto in un’alba incerta e indefinita ed abbiamo deciso di praticare atti compiuti, senza una consapevolezza programmata; al di fuori di uno schema predefinito. 

Abbiamo trasformato la quotidianità in una ripetitività accogliente, calda, rassicurante. 

Ci rifugiamo nell’organizzazione di spazi e tempi, richiamando la necessità del pragmatismo come antidoto al caos e come soluzione adeguata al risparmio di tempo. 

Siamo veloci, rapidi, ordinati, regolati, preparati, pianificati, predisposti, organizzati.  E i quarti d’ora risparmiati ogni giorno, li spendiamo per controllare la time-line sui social network. 

Oggi però è diverso, abbiamo bisogno di essere altrove. 

Essere altrove. 

Essere. 

Altrove.  

Il nero, l’arancione, il rosa lilla gradualmente azzurro, che abbiamo osservato rapidamente dal balcone dipingersi nel gelo della pianura sottostante, ci impongono brutalmente di recuperare lo zaino, di ficcarci dentro alla rinfusa qualche indumento.  Un pane di ieri ed un pezzo di formaggio; di chiudere la porta di casa alle spalle. Di afferrare il bastone appoggiato al muro, varcare il portone. 

Oggi andremo per una via, attraverseremo la periferia addormentata, guadagneremo la campagna senza accorgercene. Saremo viandanti. Troveremo un sentiero e cammineremo. 

Sarà un atto inutile, non programmato né previsto. Non avrà riscontro in termini quantitativi. Non potrà essere monetizzato o convertito in alcuna evidenza misurabile o tangibile. Sarà tempo perso. 

Sarà tempo. 

Sarà tempo dedicato alla percezione, ai sensi, all’ascolto del fuori e della connessione con l’interno. 

Non avrà alcun valore, come non ce l’ha un’immagine dipinta, il suono di uno strumento, un pezzo di marmo martellato ed inciso dai solchi di uno scalpello; come non ce l’ha un museo, una biblioteca, un’orchestra sinfonica; un festival di musica rock, una verticale di barolo, la sagra degli strangozzi, pane e olio, un bicchiere di spumabionda dopo il calcetto in un sabato di luglio nel campetto di cemento dell’oratorio. 

Non avrà valore. Sarà inutile. 

Oggi andremo senza una meta. Andremo errando senza alcun motivo né scopo.

Ma errare non significa errare.

Il nero, l’arancione, il rosa lilla gradualmente azzurro, che abbiamo osservato rapidamente dal balcone dipingersi nel gelo della pianura sottostante …