Camminare è rivoluzione? È un atto democratico?

Numerosi sono gli eventi che nella Storia sono rappresentati come rivoluzioni nate dal camminare. 

Dalle più famose e note, (la marcia del popolo su Versailles nell’ottobre 1789, la Lunga Marcia di Mao Tze Dong nel 1934,  la Marcia del sale di Gandhi nel 1930 , la Marcia da Selma a Montgomery  con Martin Luther King nel 1965) alle più recenti (la marcia dei profughi, in maggioranza siriani che nel 2015 ha raggiunto la Germania dall’Ungheria, dove la polizia aveva bloccato ogni tipo di linea di comunicazione o la carovana dei migranti dal Centro America attraverso il Messico, fino al confine con gli Stati Uniti d’America nel 2018).  

In realtà, non si può affermare che tutte le marce nella Storia siano state la scintilla che ha dato vita a rivoluzioni, però ognuna di loro, per quanta risonanza (grande piccola) possa aver avuto, è un elemento ricorrente in un processo di trasformazione. 

Del resto quale migliore metafora se non quella di un “cammino”, può rappresentare una fase di cambiamento? 

Nella letteratura di nicchia inoltre, numerosi sono gli autori che assumono il simbolo “del camminare” come un transferche rappresenta la metamorfosi di singoli individui o di gruppi di persone. Quasi tutti coloro che scrivono in questo settore, indagano l’evoluzione personale oppure collettiva, attraverso la rappresentazione del cammino come un elemento di “passaggio” da una fase all’altra, da una condizione ad un’altra, ecc. 

Ma il camminare, l’essere pellegrini (l’andar per agro),il farsi viandanti (andar per via viaggiando a piedi per lunga distanza)raccoglie nel corso dei secoli anche alcune suggestioni in qualità di atto democratico. 

Rebecca Solnit in Storia del Camminare (Ponte alle Grazie 2018) indaga approfonditamente sulla trasformazione di un’azione intesa da sempre come inevitabile per gli spostamenti, ad attività di profonda comunione con il paesaggio e la natura. 

Questo rovesciamentopassa per la frequentazione di ambienti via via meno domestici, protetti a spazi esterni sempre più ampi. 

In epoca medievale, l’edificio del Potere era rappresentato dal castello, protetto, fortificato, circondato da alte mura. In esso non trovavano spazio giardini, al limite dei piccoli orti produttivi a volte abbelliti dal gusto personale della signora del luogo o dei monaci. 

Il passeggio per diletto viene, esercitato sulle anguste mura merlate oppure nei saloni trasformati successivamente in gallerie coperte, abbellite da specchi e opere d’arte d’ogni tipo. 

Tra il XIV e il XVI secolo il gusto delle corti europee è stimolato dalla creazione e frequentazioni di spazi esterni, i giardini con viali alberati, filari, aiuole e siepi ordinate secondo rigorose linee ortogonali, regole e precisi schemi. 

Con l’andar del tempo in particolare a partire dai paesi anglosassoni, i giardini di corte perdono progressivamente l’ordine geometrico a favore di linee sinuose ed un gusto meno artificioso  maggiormente aderente alla riproduzione del “naturale”. Si rappresenta sempre più, il gusto del camminare in ambiente simile a quello che sta fuori dal Palazzo.

Il desiderio di frequentare e vivere spazi aperti, liberi da costrizioni, frequentando il mondo che sta fuori, diviene talmente impellente che in questo periodo cade anche un altro simbolo del potere aristocratico: il muro di recinzione della proprietà (che infastidisce perché pone limite alla vista e al senso di libertà di muoversi nelle tenute) il quale viene sostituito con il fossato nella sua funzione non più di limite ma di confine permeabile. 

La “rivoluzione” si compie; l’atto del camminare per scopo ludico ricreativo, di godere del paesaggio, di frequentare ed immergersi nella Natura, è compiuto e lo smantellamento dei simboli che custodivano il potere nel medioevo, rappresentano quel seme di democrazia che camminare, racchiude in sé.

Camminare un atto rivoluzionario e democratico

Camminare un atto rivoluzionario e democratico

Camminare nel Genius Loci

Il Genius Loci di derivazione romana ha assunto nel tempo l’accezione di “significati radunati da un luogo”  (Christian Norberg-Schulz 1979)

In architettura il concetto ha avuto un’evoluzione propria, per descrivere lo studio di un ambiente come interazione di luogo e identità. Si identifica come l’insieme di consuetudini, di aspetti culturali e sociali che caratterizzano un luogo e, per tale motivo, ne contraddistinguono la diversità rispetto a territori differenti.

Nel corso del tempo il Genius Loci ha permesso la rappresentazione esatta del rapporto tra uomo-territorio, mediata dalla energiadisponibile in quel dato periodo.

Per secoli il lavoro manuale e la fatica fisica sempre prodotti dallo sforzo individuale, collettivo o mediante l’utilizzo di attrezzature mosse dal lavoro animale, sono state l’unica forma di energia usufruibile. Le trasformazioni conseguenti all’impiego di questa energia hanno permesso modifiche ambientali contenute, limitate, e comunque in equilibrio, in stretto rapporto uomo-natura.

Borghi, villaggi contadini, agricoltura, terrazzamenti, declivi, boschi, foreste strade e vie di comunicazione rappresentano quel Paesaggio, riconoscibile che ha preso forma secondo un principio di sostenibilità e di vicinanza con la dimensione propria dell’uomo.

La rivoluzione industriale e lo sviluppo tecnologico del IXX e XX secolo hanno reso improvvisamente disponibile una quantità di energia meccanica che ha generato una capacità trasformativa sproporzionata, la quale non sufficientemente controllata, ha dato origine alla realizzazione di non-luoghi dove l’alienazione e tutte le sue conseguenze sono esiti che si ripercuotono sull’individuo e nella collettività.

Camminare è un atto che si realizza ricorrendo all’utilizzo di una forza motrice, (quella delle proprie gambe), ormai residuale e sempre più raramente concepita come adatta allo spostamento.

Per il trasferimento da luogo a luogo si utilizza quasi esclusivamente un veicolo.

Attraversare il Paesaggio a piedi, calpestare il terreno di sentieri e strade bianche, significa percorrere delle vie di comunicazione secondarie, meno battute, probabilmente più antiche di un nastro d’asfalto: itinerari che in alcuni casi, esistono e permettono collegamenti da secoli.

Questi percorsi, certamente realizzati con la fatica del lavoro manuale, con l’utilizzo di una tecnologia arcaica, allestiti grazie ad uno sforzo manuale, possono venire percepite come una dimensione di equilibrio e sintonia coerenti ad un Genius Loci a noi consono e maggiormente percepibile come vicino.

«Il carattere è determinato da come le cose sono, ed offre alla nostra indagine una base per lo studio dei fenomeni concreti della nostra vita quotidiana. Solo in questo modo possiamo afferrare completamente il Genius Loci, lo “spirito del luogo” che gli antichi riconobbero come quell’ “opposto” con cui l’uomo deve scendere a patti per acquisire la possibilità di abitare.»

(Christian Norberg-Schulz. 1979)